Il caso Gallant: quando il gear diventa terreno di scontro politico
di Jus Lehis
C’è un momento, nella vita di ogni persona fetish e kinky, in cui la propria intimità smette di essere una scelta e diventa un’arma nelle mani di qualcun altro. È successo a New York, dove il New York Post ha pubblicato foto di oltre dieci anni fa che ritraggono Chris Gallant, oggi candidato democratico al Congresso, come modello per Mr. S Leather, storico negozio fetish di San Francisco. Gallant era in servizio nella Guardia Nazionale quando quelle foto furono scattate: uno shooting privato, consensuale, condiviso con l’allora compagno. Materiale che riguardava solo lui, finché qualcuno non ha deciso che riguardava tutti — con l’unico scopo di affondarlo.
Non lo ha affondato. Gallant ha risposto senza arretrare di un millimetro, definendo l’operazione un attacco politico coordinato, e rivendicando il diritto a non vergognarsi di chi è. E qui, per noi di LCR, la notizia smette di essere un fatto di cronaca americana e diventa qualcosa di molto più vicino a casa.
Non è la prima volta, non sarà l’ultima
Chiunque viva la cultura fetish e kinky conosce questo copione a memoria. Non serve che ci sia una candidatura al Congresso di mezzo: basta una foto su un profilo social, un video, la voce che gira in ufficio. Il meccanismo è sempre lo stesso — trasformare un’espressione consapevole della propria sessualità in una colpa da espiare pubblicamente. È l’ipocrisia del “fallo ma non dirlo” che denunciamo da quando esistiamo: la tolleranza silenziosa per ciò che resta nascosto, la punizione immediata per ciò che osa mostrarsi.
Non serve nemmeno guardare all’America. Sempre in questi giorni, a Rochdale, nel nord dell’Inghilterra, è bastato che due persone si creassero appositamente un account Grindr per scovare il profilo di Paul O’Neill, consigliere laburista del collegio di North Heywood, catturarne gli screenshot e diffonderli su Facebook accompagnati da inviti a dimettersi perché — dicevano — “una figura pubblica dovrebbe essere più discreta sulla propria vita privata“. Tra le immagini circolate, manco a dirlo, spiccava proprio una foto in imbragatura di pelle, scattata al Manchester Pride. O’Neill non si è scusato: ha risposto con ironia, ribadendo di non provare alcuna vergogna per la propria vita sociale e affettiva, e ha ricevuto in cambio il sostegno di residenti, attivisti e colleghi consiglieri di ogni schieramento. Stesso copione di Gallant, stessa arma — il gear reso pubblico contro la propria volontà — e, per fortuna, lo stesso rifiuto di piegarsi alla vergogna imposta da altri.
Il caso Gallant funziona da cartina di tornasole perché porta alla luce, in scala internazionale e con tutta la brutalità della politica, un meccanismo che nel nostro piccolo affrontiamo ogni giorno: quello per cui l’identità kinky viene trattata come un segreto vergognoso, buono al massimo per il pettegolezzo o per il titolo scandalistico, mai per una narrazione dignitosa.
“Gear Up. Play Proud. Stand Out.” — non è solo uno slogan
Nel nostro Manifesto politico della comunità fetish e kinky, pubblicato e rinnovato in occasione del Pride Month, scriviamo che la nostra presenza nei Pride, negli spazi pubblici, nella vita civile è un atto profondamente politico. Lo scriviamo assieme allo slogan Gear Up. Play Proud. Stand Out. — tre imperativi che oggi, guardando a New York e a Rochdale, si confermano non come un motto da striscione, ma come una descrizione quasi letterale di ciò che Gallant e O’Neill hanno fatto: si sono mostrati con il proprio gear, hanno vissuto il proprio desiderio con fierezza invece che con vergogna, si sono rifiutati di sparire.
E il nostro manifesto lo dice con chiarezza: la nostra comunità non chiede permessi, si autodetermina. Ed è esattamente ciò che un candidato al Congresso e un Consigliere laburista hanno dimostrato, sotto i riflettori di tutta la stampa, quando hanno scelto di rispondere all’attacco rivendicando sé stesso invece di rinnegarsi.
C’è poi un secondo principio del nostro documento politico che qui torna con forza: la depatologizzazione. Da oltre un decennio le parafilie non figurano più tra i disturbi mentali nei manuali diagnostici internazionali, eppure la narrazione pubblica — quella di certa stampa, ma spesso anche quella implicita di certi ambienti “rispettabili” — continua a trattare chi vive il fetish come un soggetto da giustificare, da curare, da nascondere. Il tentativo di far deragliare una candidatura politica con delle fotografie di pelle e imbragature è la prova più lampante che quella battaglia culturale è tutt’altro che vinta.
Perché l’attivismo associativo è cruciale
È facile, da fuori, pensare che un club leather organizzi solo feste, weekend a tema, elezioni di Mister Leather. Chi vive la nostra comunità sa che non è così, e il caso Gallant lo spiega meglio di qualsiasi comunicato: senza reti organizzate, senza associazioni che si assumono la responsabilità politica di parlare a nome di una cultura intera, ogni singola persona fetish resta sola davanti al momento in cui qualcuno decide di weaponizzare la sua identità contro di lei.
È per questo che da venticinque anni LCR non si limita a organizzare eventi, ma scrive documenti politici, dialoga con le altre realtà del movimento, rivendica un posto pieno — non una nota a piè di pagina — all’interno della comunità LGBTQIAPK+. Un’associazione come la nostra esiste anche per questo: per essere il corpo intermedio che trasforma la vulnerabilità individuale — quella di un Chris Gallant o Paul O’Neil qualsiasi, che potrebbe essere chiunque di noi — in una voce collettiva difficile da ignorare. Da soli si viene ricattati con una fotografia. Insieme, si scrive un manifesto, si organizza un Pride, si costruisce una cultura che non ha più bisogno di chiedere scusa per esistere.
La cura comunitaria è una risposta allo stigma e all’isolamento — non un’astrazione, ma qualcosa che si manifesta nell’accoglienza concreta, nelle reti di ascolto, nella scelta di essere presenti negli spazi pubblici invece di ritirarsi in quelli protetti. Il rifiuto netto del kink-shaming e del role-shaming che rivendichiamo nei nostri spazi non è un lusso interno alla community: è l’anticorpo che dobbiamo costruire, tutti insieme, contro esattamente il tipo di attacco che ha subito Gallant.
Nessuno dovrebbe scoprirsi solo il giorno in cui la propria vita privata diventa un titolo di giornale. Ed è precisamente il compito di realtà come LCR — e come tutte le associazioni consorelle della rete ECMC — fare in modo che quel giorno, se arriva, non trovi nessuno impreparato o isolato.
Ogni volta che qualcuno tenta di trasformare il gear in una colpa, la risposta più efficace non è il silenzio: è la moltiplicazione delle voci che si rifiutano di vergognarsi. È il motivo per cui esistono i nostri eventi, le nostre serate, i nostri weekend in giro per l’Italia — Roma, Palermo, e le tante realtà che condividono il nostro percorso — non semplici occasioni di festa, ma la costruzione quotidiana di quella comunità che nel giorno del bisogno diventa rete, sostegno, voce collettiva.
La domanda, allora, non è se il prossimo caso Gallant arriverà — arriverà, in una forma o nell’altra, magari molto più vicino di quanto pensiamo. La domanda è se, quando arriverà, ci troverà organizzati o dispersi.
In questo, la partecipazione di ognuno di noi – non solo come ospite, ma anche e soprattutto come attivista – è l’elemento cruciale della risposta: il Gear up. Play proud. Stand out può essere più di uno slogan e diventare il motore di una lotta alla discriminazione che, soprattutto nei tempi sempre più avversi ed ostili che ci troviamo a vivere, non possiamo più pensare di delegare. Dobbiamo vincerla assieme.




